Infrastrutture sì, ma non telematiche

infrastrutture telematiche

Il comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) ha dato il via libera a progetti infrastrutturali per 8,7 miliardi di euro tra i quali il Ponte sullo Stretto, la Pedemontana lombarda, il valico Genova-Rotterdam ed altri ancora.

Contestualmente è stato deciso che gli 800 milioni accantonati per portare Internet ad alta velocità (fino a 20 Mb) al 96% della popolazione italiana non potranno essere utilizzati fino al 2011. La motivazione è che questi fondi servono a finanziare iniziative di contrasto alla crisi.

Due sono in pratica i messaggi lanciati dal Governo:

“Le infrastrutture fisiche sono più importanti di quelle telematiche”.

E’ tuttavia innegabile che ci stiamo muovendo (o forse dovremmo muoverci) verso una società che, per puntare alla riduzione di emissioni inquinanti, deve spostarsi fisicamente sempre meno e sfruttare sempre più le nuove tecnologie della comunicazione.

In un mondo ideale nel quale si fa il massimo ricorso possibile a strumenti evoluti come il telelavoro e la teleconferenza, le opere finanziate in questa tornata sembrano anacronistiche ancora prima di essere costruite. Tutto questo senza considerare l’impatto ambientale immediato (disboscamenti, perforazioni di montagne ecc.) che normalmente portano con sé opere di questo tipo.

“Prima usciamo dalla crisi e poi penseremo alla riduzione del digital divide; garantire l’occupazione è molto più importante che offrire connessioni veloci ai cittadini”.

Questa affermazione lascia intendere che il settore delle telecomunicazioni non sia in grado di generare occupazione e PIL. La realtà è, però, ben diversa: più del 70% del PIL nazionale è generato dal settore terziario, all’interno del quale a fare la parte del leone sono l’informatica e le telecomunicazioni.

Le aziende del settore ICT sono tra quelle che hanno reagito meglio alla crisi economica, perché geneticamente più abituate ad operare in un mercato fortemente dinamico e ad utilizzare l’innovazione come leva competitiva.

Forse investire in infrastrutture telematiche non ha la stessa ricaduta occupazionale immediata della costruzione di una “grande opera” ma, per quanto detto sopra, ha una valenza strategica ben più importante. Portare Internet veloce anche al di fuori dei centri urbani significa consentire alle aziende di stabilirsi in queste zone, evitando lo spopolamento delle aree rurali e riducendo i costi economici e sociali degli spostamenti fisici.

Intendiamoci, nessuno pretende che la banda larga diventi una priorità nazionale, sottraendo risorse a strumenti di contrasto immediato alla crisi. Allo stesso modo, nessuno è convinto che basteranno connessioni veloci a risolvere tutti i guai del nostro Paese.

Stanziare i famigerati 800 milioni sarebbe però servito a dare un segnale forte, dimostrando ai cittadini che si crede in Internet come strumento per rilanciare l’economia del Paese.

Il segnale lanciato dal nostro Governo va, invece, nella direzione opposta. Ancora una volta il mondo della politica ha dimostrato di non comprendere appieno le potenzialità della Rete. Prima o poi succederà, sperando che, a quel punto, il gap di competitività verso il resto del mondo non sia incolmabile.

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  1. Roberto Bernazzani
  2. Roberto Bernazzani

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