L’era del behavioural advertising

Behavioural advertisingSe qualcuno avesse ancora dei dubbi è servito: l’era del behavioural advertising è ufficialmente iniziata. E se la fonte è Google dobbiamo proprio crederci.

BigG ha infatti ufficialmente lanciato su YouTube e sul suo motore di ricerca la sperimentazione di campagne online che visualizzano annunci personalizzati in base al comportamento che l’utente tiene durante la sua navigazione online.

Tecnicamente non si tratta di nulla di complicato: il sistema si basa sull’utilizzo di cookies, già sfruttati da Google per erogare altri suoi servizi personalizzati.

Perché sì
Quello del behavioural advertising è da sempre un tema controverso. Da un lato Google, insieme ad altre aziende che stanno testando questo tipo di servizi come British Telecom, sostiene che questo tipo di pubblicità è un servizio ad alto valore aggiunto per l’utente al quale vengono mostrati solo annunci ai quali à realmente interessato. Dall’altro lato della barricata ci sono coloro che temono che questi servizi possano violare la privacy degli utenti.

Perché no
Tra i detrattori del behavioural advertising si è levata recentemente una voce particolarmente autorevole, quella di Tim Berners-Lee. L’”inventore” del Web, parlando di fronte al Parlamento inglese, ha addirittura paragonato questo tipo di pubblicità ad una sorta Grande Fratello, cioè alla presenza di una telecamera nella stanza dell’utente. Berners-Lee sostiene che, analizzando il comportamento di una persona sulla Rete, si possano ricostruire informazioni fortemente sensibili: gusti sessuali, opinioni politiche, stato di salute e così di seguito.

Opt-in vs Opt-out
Un’altra contrapposizione tra Google e i detrattori del behavioural marketing riguarda la modalità di sottoscrizione al servizio. Google, così come BT, ha adottato la tecnica dell’opt-out: l’utente viene iscritto al servizio automaticamente. Se non è interessato, ha la possibilità di modificare il proprio profilo e disattivare il servizio. Secondo BigG questa forma di iscrizione tutela a sufficienza l’utente, considerando anche il fatto che non è possibile collegare in alcun modo l’identità di un utente al relativo profilo. In altre parole, i profili registrati da Google sono completamente anonimi.
Gli oppositori di questo tipo di pubblicità sostengono, invece, che un servizio così a rischio di violazione della privacy dovrebbe prevedere una modalità di iscrizione di tipo opt-in nella quale l’utente deve dare la sua esplicita approvazione prima che il servizio possa essere erogato.

Il business
Come tutti i servizi che coinvolgono gli aspetti della privacy è normale che il tema behavioural marketing stia generando tante discussioni. A complicare il quadro aggiungo un dato numerico fornito dallo IAB : solo nel Regno Unito, questo tipo di advertising sarà in grado di generare revenue complessive per circa 200 milioni di Euro l’anno. Ce n’è a sufficienza per attirare l’interesse di molti, grandi player (Google e British Telecom) in testa.

E tu da che parte stai: behavioural advertising sì o no?

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3 Commenti

  1. [...] here to see a original:  L’era del behavioural advertising Share and [...]

  2. Roberto Bernazzani

    Aggiornamento
    Una ricerca di IAB UK (http://iab.blogosfere.it/2009/03/iab-uk-i-consumatori-vogliono-che-gli-annunci-online-siano-pertinenti-e-utili.html) sembra dar ragione a Google: gli utenti vogliono annunci pubblicitari pertinenti e utili

  3. [...] del behavioural advertising Questo e’ un estratto per leggere l’articolo completo clicca qui Se qualcuno avesse ancora dei dubbi è servito: l’era del behavioural advertising è [...]

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